(Rebloggato da bestemmiesulcuore)

L’unico.

Lisa è la seconda.

Lisa alla seconda.

Nell’aria.

All you can do is not let it ruin you.
Olivia Pope - 2.16 “Top of the Hour” (via pennedfreedom)
(Rebloggato da pennedfreedom)
(Rebloggato da bestemmiesulcuore)

NWM #bergamo (presso Spazio Polaresco)

Nobody demands me to be #perfect lo #live my #life. It’s an #epiphany. @cevidavi

Announce to the world: the consequence.

This is the place where I am right now, but it’s not supposed to be the one where I will be forever. There are so many places to discover, a lot of people to know and multiple sides of myself to enhance. Let what I am be free to be shaped by the whole world, because now I know I’m ready.

I don’t know why I’m writing in my poor english, maybe it’s caused by the fresh experience I spent recently, I know I’m making a lot of mistakes, but I need to believe I’m reaching all the people I can, in order to fill this quite huge hole in my mind.

I don’t know if it was fear of the unknown or my passion for the past, but I think I’ve never actually unlocked my mind so far. I don’t think I was wrong about my thoughts and values, but in my way to behave as human being, as woman. I know there’s still a chance to retaliete my person, I’m confident about it, because now I feel like it’s my turn to live, it’s my turn to be.

It’s like a new “Once upon a time…”.

It’s an epiphany.


- Nobody demands me to be perfect to live my life. -

(Fonte: lovely-scum)

(Rebloggato da billhicks)
Sit with me, and let’s run out the clock. Sit with me…and watch me choose you. Watch me earn you.

Fitzgerald Grant

(best love act ever)

(Rebloggato da wisnitreasure)
(Rebloggato da blackandwhitesarah)
(Rebloggato da wavesofgray)

Senza sbarre.

Voi come fate a vivere? Come fate a mettere un piede dopo l’altro? Come fate a svegliarvi la mattina e inalare il primo respiro da coscienti? Come fate a proferire le vostre parole? Vivere è un mestiere? Vorrei aggiungere anche questo al mio CV. Vivo. Vivere certi giorni mi sembra davvero un mestiere. Giurare al mondo che la propria esistenza, anche per quel giorno sarà assicurata.
L’altro giorno io e un gruppo di amici ragionavamo su cosa fosse la felicità, io, dal canto mio, ho detto di aver trovato la mia felicità nell’abitudine, nelle piccole cose, nel piccolo e provinciale gioire del quotidiano. Niente eventoni, niente attimi, niente grandi stagioni, ma un continuo e lungo viaggio sempre in equilibrio. “Quindi tu non hai mai provato la felicità?” mi ha detto uno di loro. Non lo so, non lo so davvero. L’ho mai provata? So cosa non ho provato e so cosa non sia la felicità.

La felicità non è come mi sento ora. Sono stanca, ma non fisicamente. Sono stanca a 23 anni e mi sento in colpa. Sono stanca di dover portare il peso della mia vita da sola. Ammettiamolo. Ora lo ammetto. Sono stanca di non condividere la mia vita con qualcuno. Qualcuno che possa farmi sentire sempre protetta non nei confronti del mondo, ma nei miei confronti. Credo che alle volte io mi faccia proprio del male. Non male fisico, ma un male che finisce nel profondo delle mie viscere. Vorrei che ci fosse un uomo accanto a me in grado di notare i momenti in cui mi spingo il coltello fino al più intimo angolo del mio io. Sono stanca di fare tutto da sola. Sono stanca del sesso senza amore, dell’amore senza sesso, del vino per sgombrare gli impedimenti. Sono stanca di guardare gli altri e chiedermi cos’hanno loro in più di me. Sono stanca di dover valutare da sola cosa sia meglio o peggio. Decido da sola sempre, così quando sono con gli altri lascio fare, mi lascio portare. Voi non vedete quanto tempo spenda da sola con me stessa, voi non mi vedete mentre faccio una fatica immane per cercare di non farmi schiacciare dal peso della mia stessa anima. Io sono pesante, affronto la vita con pesantezza, regolo la mia esistenza secondo una legge superiore creata dal mio stesso vivere, la quale naturalmente si impone sul mio carattere. Io sono completamente soggiogata dalla mia moralità. Non sono moralista, potrei passare una giornata intera facendo battute ciniche e sarcastiche su qualsiasi classe sociale, su qualsiasi religione, su qualsiasi credo politico, su qualsiasi fascia d’età, su qualsiasi malattia. Non sono moralista. Io vivo nella moralità. Perché così mi è stato insegnato e perchè quando sono uscita dal perimetro della mia stessa moralità non mi è stato perdonato. Io devo farcela da sola, senza chiedere mai aiuto, non devo pesare sugli altri, non devo tradire, non devo far prevalere i miei bisogni, non devo agire a discapito degli altri, non devo concedermi alla leggerezza e alla stupidità, non devo lasciare che le cose che incontro passino senza essere analizzate e metabolizzate, non devo agire se questo non è in linea con la mia morale, non devo concedermi dei vezzi, ma solo vizi, devo assicurarmi di non calpestare gli altri, devo riuscire senza aiuti, devo amare da lontano se la morale mi dice che non posso farlo da vicino, devo vivere nell’invisibilità per non rompere agli altri, devo accettare ciò che mi viene dato senza chiedere spiegazioni.
Io sono immobile. L’unica cosa che è sempre in fermento è il mio cervello. Non è vero che non sono dolce, romantica, sentimentalista, morbida, io lo sono anche fin troppo, ma la mia testa, la mia instancabile testa è sempre al lavoro per fare in modo che tutte queste belle caratteristiche che mi porto dentro, siano sempre al sicuro, in modo da farmi sembrare sempre una persona indistruttibile. Non so cosa sia stato, ma è come se non mi permettessi di cedere, di lasciarmi andare, di lasciarmi cullare da tutte quelle persone che - magari - ad una mia richiesta d’aiuto risponderebbero molto volentieri in modo positivo.

Forse è per questo che io non ho mai chiesto aiuto: non avrei sopportato, dopo aver giurato sempre la mia totale disponibilità nel loro confronti, che mi rispondessero negativamente o che non mi rispondessero affatto.

Io non so se la mia testa è malata o se siamo in tanti a sentirci così. So solo che vorrei farvi provare a vivere dentro di me per un po’, molto probabilmente per alcuni sarebbe bellissimo, per altri invece sarebbe come vivere in una prigione senza sbarre. Non so se tutta questa infinita quantità di pensieri che si muove, mi abbandona e poi ritorna, esista solo in me, sta di fatto che voglio dichiarare al mondo che voglio concedermi il diritto di essere stanca dentro. E ditemelo se anche voi vi sentite così. Sentiamoci meno soli, compagni! Sentiamoci meno soli.

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Il giorno dell’abbandono
è il giorno in cui sono morta
ancora. Il vetro della speranza,
quello che ci divideva o
che forse ha diviso solo me da te
si è rotto e le schegge mi hanno
devastato l’anima.

L’anima è talmente immateriale
che è riuscita a scalfirsi con
il materiale. Pesavamo, sai?
Noi pesavamo dentro di me.
Era il più grosso fardello che
abbia mai portato in solitudine.

Anni fa pensavo che quell’amore
così malato da avermi distrutto,
cambiato e poi ricostruito
fosse la cosa più insopportabile
che mi potesse capitare, ma no.
Mi sbagliavo perché ancora
non avevo conosciuto te.

Non avevo conosciuto noi,
il nostro frullare il cosmo tutt’intorno,
il mio pensare che ci fosse del reale
in tutti quegli attimi rubati alla realtà
catapultati nel mondo fiabesco
dell’irresponsabilità, del nostro fare
in silenzio, nel nostro morboso e delirante
sguardo.

Pensavo fosse amore, ma non lo è
mai stato. L’amore è buono, ti restituisce.
Io non ho mai avuto nulla in cambio,
non ho mai preso fiato tra un bacio
non dato e un altro. Io sono stata
appesa ad una corda di spine
e tu lentamente l’hai sempre più lasciata andare.

Io non posso più, non ne posso più.
Voglio e il mio volere non deve più
essere un’attesa, una speranza vana,
il mio volere deve essere un pane
che viene sfornato ogni mattina,
assaporato sotto i denti, ingoiato
per il piacere della sazietà e digerito.

Non voglio più preparare la tavola,
sedermi, mettermi il tovagliolo
nel collo della camicia, prendere in mano
forchetta e coltello e rimanere da sola
al tavolo apparecchiato per due,
con la pietanza che non vuole cuocersi mai.

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