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Nemo dormit

Io sono atto rivoluzionario.

Lieve ritmo abitudinario.

Ho comprato un cappello e lo vado dicendo da due giorni a chi incontro in questi giorni di solitudine accettata. È da un po’ che voglio scrivere, ne sento fortemente il bisogno, ma forse non mi dò più il tempo necessario per metabolizzare il tutto, come facevo quando ero più giovane. Tra poco compio 25 anni, non sono molti, ma tralasciare certe abitudini fa risaltare che non presto più la stessa attenzione a determinate accortezze per una vita sana. Sinceramente non so perché non spendo più tempo a riversare le mie sensazioni nella scrittura. Forse un po’ mi sono spenta. Sì, mi sono un po’ spenta. 

Il furore con cui affrontavo la vita non è più lo stesso. Sono pesante nei movimenti della vita che presuppongono leggerezza, sono leggera in quelli che presupporrebbero pesantezza. Sto invertendo le cose. Sto facendo un gran casino. Ma quello che ho dentro non è una lamentela verso me stessa, è una sorta di verità che mi accompagna da un po’ di mesi a questa parte che non ho ancora compreso, ma la sento appoggiata alle tonsille. Forse certe verità si scoprono solo quando le si dice, o forse quella non è una verità, è solo una bolla di sconforto generale che si accumula dove si strozza il pianto. 

Le verità incontrate sulla mia strada, alla fine della via non lo erano più. Erano un pugno di sciocchezze che avevo spinto su un’altare dopo l’altra, cercando di mistificare le più basse tra le solitudini e le più becere emozioni. Forse mi piacciono i problemi, o forse, semplicemente, penso costantemente di meritarmeli. Se mi penso in capo al mondo, libera di scegliere il mio destino, non mi credo mai emozionata e felice. Mi vedo seduta sulla montagna più alta, nella completa solitudine, a contemplare la bellezza che ho cercato di inseguire per tutta la vita, ma che mi è sempre sfuggita. 

Ho le mani timorose, gli occhi non desiderano davvero, i miei occhi assistono, osservano la vita, non la vogliono davvero, non si credono in potere di smettere di osservare. Sono sempre seduta all’angolo del mondo con le mie finte verità che attendono solo di essere smentite, a guardare i sorrisi compiaciuti e soddisfatti degli altri. 

Sono onestamente stanca, sono onestamente sfinita dall’impossibilità di trovare un senso alla mia vita. Sono onestamente vergognata dalla poca importanza dei miei pensieri e dal mio continuo lamentare affannato, senza mai essere in grado di portare a termine qualcosa, di risolvere i problemi, di abbattere muri, di rompere confini immaginari alle mie possibilità di essere umano. Dicono che alla fine tutto questo finisca ad un tratto, e con tutto questo intendo la vita. Che ne è stato davvero del tempo trascorso? Che senso avrebbe morire adesso? Io non riesco a comprendere l’omicidio, ma il suicidio sì. Arrivi ad un certo punto in cui, senza voler andare oltre nella tua sofferenza decidi di mettere un punto al male di vivere. Ed è lo stesso di quando dicono “Finalmente è morto, così ha smesso di soffrire.”. È la stessa medesima cosa. Solo che il male di vivere non è quantificabile e quindi sembra diverso. Ad un certo punto uno non ce la fa più e come è arrivato, decide di andarsene. Almeno per quella volta decide lui cosa fare. Io non sarei in grado di compierlo davvero, ma lo capisco, lo comprendo, lo accetto. L’omicidio no, l’omicidio niente. Non capisco perché la Chiesa concedesse il funerale ad un omicida, ma non ad un suicida. Credo che non sia da capire, è uno dei suoi ennesimi controsensi.

Il male di vivere non è per forza quello che non ti fa dormire la notte. È anche quello che ti impedisce di fare azioni che gli altri non si aspettano perché ti sei girato attorno ai polsi delle catene invisibili. Il male di vivere è quello della rinuncia. Il male di vivere è quello dello spettatore della vita. Il male di vivere è quello dell’accettazione di una realtà che ci si è autocostruiti. Il male di vivere è guardarsi allo specchio, prima di andare a dormire e trovarsi belli in un modo talmente triste che quasi, nella contemplazione di quell’estemporanea bellezza stanca, si versano lacrime di rassegnazione totale alla vita. 

Credo di essermi rassegnata ad una vita vuota. Credo di essermi rassegnata ad una vita materiale e costruita per non sentire la mancanza di un’altra vita. Ecco qual è la verità sulle corde vocali. La rassegnazione è la verità.

Una rassegnazione lieve, che quasi non si vede se non vivendo ogni giorno con se stessi, che non si percepisce se non ci si focalizza fortemente sull’uomo in silenziosa rassegnazione. La rassegnazione all’aridità, alla solitudine, alla vita delle abitudini. 

Muoio rassegnata in età matura, di malattia o di vecchiaia. Muoio in rassegnazione amara, senza condividere il gusto, senza dire niente al momento meno opportuno, sbrodolando frasi di circostanza, abbozzando un sorriso spento e rispondendo sommessa alle domande sulla mia vita. 

Ora ho capito, non c’è bisogno di grandi drammi umani per soffrire. Si soffre anche se si viene sfiorati sempre e solo dalla stessa frequenza, dallo stesso ritmo. Soffro in quattro quarti, senza emettere melodia. Sono afona di emozioni, sconvolgimenti, impertinenze. 

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Nemo dormit ha compiuto 3 anni oggi!

Nemo dormit ha compiuto 3 anni oggi!

"Sometimes the future changes quickly & completely. We can choose to be afraid of it, to stand there trembling, not moving, assuming the worst that could happen or we step forward into the unknown & assume it will be brilliant."

-Christina Yang- Greys Anatomy S10E24 (via jamaqius)

All I want to say is…

Adult Pi Patel: By the time we reached the Mexican shore, I was afraid to let go of the boat. My strength was gone. I was so weak. I was afraid that in two feet of water, so close to deliverance, I would drown. I strugled to shore and fell upon the sand. I was warm and soft, like pressing my face against the cheek of God. And somewhere, two eyes were smiling at having me there. I was so spent, I could hardly move. And so, Richard Parker went ahead of me. He stretched his legs and walked along the shore. At the edge of the jungle, he stopped. I was certain he was going to look back at me, flatten his ears to his head, growl. That he would bring our relationship to an end in some way. But he just stared ahead into the jungle. And then, Richard Parker, my fierce companion, the terrible one who kept me alive, disappeared forever from my life. After a few hours, a member of my own species found me. He left and returned with a group who carried me away. I wept like a child. Not because I was overwhelmed at having survived, although I was. I was weeping because Richard Parker left me so unceremoniously. It broke my heart. You know my father was right. Richard Parker never saw me as his friend. After all we had been through, he didn’t even look back. But I have to believe there was more in his eyes than my own reflection staring back at me. I know it. I felt it. Even if I can’t prove it. You know, I’ve left so much behind, my family, the zoo, India, Anandi. I suppose in the end, the whole of life becomes an act of letting go, but what always hurts the most is not taking a moment to say goodbye. I was never able to thank my father for all I learnt from him. To tell him without all his lessons I would never have survived. I know that Richard Parker is a tiger, but I wish I had said, “It’s over. We survived. Thank you, for saving my life. I love you, Richard Parker, you’ll always be with me. May God be with you.”

C’è chi pensa che star da soli significhi non avere una relazione fissa. No, non è così semplice. Star da soli significa non cedere alla tentazione di aggrapparsi a qualsiasi cosa per dare un senso alla propria vita. Star da soli significa non superare il limite del proprio perimetro e vivere comunque. Star da soli significa vivere sempre, indipendentemente da chi vi fa battere il cuore. Star da soli significa non alzare il telefono per ogni stronzata, non aver bisogno di un messaggio sul telefono. Star da soli significa non confondere la felicità con le farfalle nello stomaco o con l’euforia. Star da soli è un lavoro di sudore, quasi da dogma religioso. Non è una negazione autoimposta, ma è forzata dal mondo. Non si sta da soli per scelta lucida e chiara, ma per necessità e assenza. Per me star da soli è la soluzione migliore all’assenza. È la soluzione più sana all’assenza, nonché la cura più naturale per le fragilità della propria anima. 

Per rendervi chiaro il messaggio: se avete qualcuno che vi scrive, se avete qualcuno a cui scrivere, il quale può darvi un rinfranco emozionale/amoroso, non è star da soli. Star da soli significa che se vi si rompe la macchina avete paura a chiamare a casa, star da soli significa che se avete bisogno d’affetto, sperate di ricevere un abbraccio dai vostri cuginetti, star da soli significa che se siete stressati, vi fumate una sigaretta in più, se siete tristi, cantate in macchina, se volete scappare per un’avventura, dite di no perché non avete i soldi e qualcuno con cui andare. Star da soli significa stare in piedi senza nessun supporto, e resistere alla corrente che vi travolge ogni giorno. Star da soli significa arrivare ad un punto in cui chi travisa la purezza e la fatica dello star da soli, vi fa venire voglia di mangiarvi le mani per la dissacrazione che esso ha compiuto. Perché uno che sta da solo non lo sceglie, gli capita. Perché uno che ha un disperato bisogno psicologico di stare da solo, tende ad essere uno che non è in grado di stare nemmeno un secondo senza stare con qualcuno, e non vede l’ora di scegliere la strada più facile del faccio quello che mi pare. 

Star da soli sono io. Star da soli è la mia vita. Star da soli è ciò che mi ha reso la fantastica e pura creatura che sono, tutta ricoperta di spigoli. 

Io sono lì

Pochi minuti prima di andare a dormire
accade che la mia personale bellezza
spieghi al meglio le sue virtù linguistiche
portando a galla sul mio pallido incarnato
i temi della mia profonda vulnerabilità
scatenando in quegli attimi di spontaneità
la mia cruda e primitiva immagine
amplificando così il suono più profondo
del mio errante piede affannato.

© Nemo dormit

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